Memoria Emotiva

 

Il costrutto della memoria emotiva è alla base della psicologia dinamica, e del lavoro clinico terapeutico, con riferimento all’incoscio, per tutto l’Ottocento

Una caratteristica fondamentale della memoria affettiva è quella per cui le immagini subconsce, attivate dalla vitalità delle emozioni che noi associamo loro, urgono costantemente per cercare di affiorare alla coscienza

Alcuni contenuti di memoria sopravvivono, invece che decadere (come accade a molti di altri) proprio in virtù della loro componente affettiva: il ricordo permane quando è carico emotivamente, mentre scompare quando manca di connotazioni affettive

In sostanza: non esistono ricordi puramente razionali o freddi, almeno nel senso positivista della ragione intesa come oggettività logica che sia priva di ogni (presuntamente deformante) soggettività emotiva

Per capire meglio la memoria affettiva, merita ricordare qualche notazione dai fondatori di tale concetto, cui lo stesso Stanislavskij si richiama nel suo metodo, e cioè in particolare Théodule-Armand Ribot (1839-1916) ed i suoi colleghi e collaboratori all’Università di Parigi

Nota Ribot (1896) che “L’influenza delle disposizioni affettive sulla memoria è grande e costante; essa contribuisce a risuscitare le idee e ad associarle” in quanto i nostri ricordi premono costantemente alla coscienza, per trasformarsi in azioni con una intensità che è proporzionale alle emozioni grazie a cui sopravvivono in noi

Ribot evidenzia, dalla sua cattedra di psicologia sperimentale che alla Sorbonne prima (1885) e al College de France poi (1888), che: “La memoria dei sentimenti si cancella più tardi di quella delle idee [… in quanto] il linguaggio emotivo nasce prima di quello delle idee” (1881)

E’ la intensa valenza emotiva, di cui sono carichi, che permette a molti dei nostri ricordi di sopravvivere per tutta la vita, anche quando crediamo di averli dimenticati, ma solo per il fatto di non averli presenti alla coscienza in questo momento

Poi precisa che “La memoria organica non suppone solamente una modificazione degli elementi nervosi, ma la formazione in essi di associazioni determinate, per ciascun particolare avvenimento, con lo stabilirsi di alcune associazioni dinamiche” (ivi)

Ricorda Taine (1870) che “Qualsiasi idea, concezione, rappresentazione ha una doppia faccia: da un lato, è una conoscenza; dall’altro, è una emozione”

Ancora Ribot (1896) sintetizza che: “L’emozione è, nell’ordine affettivo, l’equivalente della percezione nell’ordine intellettuale”

Partendo dalla pratica, il loro ammiratore Stanislavskij (1938) evidenzia che “La memoria emotiva fa tornare in vita sentimenti già vissuti. Sembravano completamente dimenticati, ma un cenno, un pensiero, un’immagine nota ed ecco che ti afferrano di nuovo e tornano a vivere in te”

Noi associamo costantemente gli stimoli che incontriamo; e siccome colleghiamo mentalmente tra loro degli stimoli psicologici (e non delle cose materiali) associamo principalmente delle sensazioni-emozioni

Sul piano della preparazione dell’attore, che è l’altra faccia della sua evoluzione psicologica (almeno per il nostro interesse psicologico) Stanislavskij insiste incessantemente affinché  ognuno coltivi la capacità di sperimentare le proprie reazioni emotive nella vita quotidiana, lontano dal palco, poiché le tracce che ci depositano nella memoria offrono all’attore un deposito di affetti intensi da cui attingere per vivificar emozioni simili nel loro personaggio sul palco

 

  • Il palcoscenico del teatro attuale, così come quello (il lettino? la poltrona? la sedia?) dello studio terapeutico, si basa prima di tutto sulla attivazione della memoria emotiva, al fine di favorire la piena reviviscenza dei nostri pensieri profondi che erano rimasti ancora inespressi

 

 

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